Nel concepimento e nella relazione con l’arte, il pensiero diventa un membro attivo del quotidiano, come un organo vitale: se smettesse di funzionare, il risultato sarebbe la morte, qualcosa di incompiuto o di non detto. La superficie che l’artista decide di rendere più o meno complessa alla visione dello spettatore è un luogo democratico, uno spazio in cui sceglie di affermare qualcosa. Questa dichiarazione può essere esplicita, implicita o addirittura criptica.
La lettura dell’opera, quindi, può seguire una moltitudine di vie, conducendo a intrecci di argomentazioni e dibattiti. Del resto, l’opera – che sia plastica, bidimensionale o intangibile – non offre risposte definitive, ma un inesauribile numero di interrogativi e “perché”. Il coraggio dell’artista sta proprio nel decidere di dire qualcosa, di non essere soltanto un decoratore che conforta il fruitore con la visione. Al contrario, l’artista si colloca nel miscuglio tra una formalizzazione che nutre la visione e un fermento costante del pensiero. Il pensiero non ha scadenze: fermenta, evolve, si moltiplica o si riduce. Ma senza di esso, nella geometria della forma, l’opera svanisce e diventa un peso tra gli uomini e la natura. Un oggetto privo di funzione, un non-oggetto, un elemento che alla fine smettiamo di percepire, svanito tra la polvere dell’esistenza e la routine di un tè in compagnia. L’artista, che sceglie di vivere il suo passaggio terreno in una stanza con tre pareti, è consapevole di essere esposto sulla quarta parete. Sa dell’esistenza di un pubblico, a volte silenzioso, altre volte rumoroso. Perciò, l’espressione «faccio arte principalmente per me» equivarrebbe a ignorare quella quarta parete. Sarebbe come dire: «fingo di non vedere tutto il resto e ascolto esclusivamente l’inesauribile e vertiginoso io». La quarta parete, quella che si interpone tra me e voi, è trivellata da una miriade di buchi. Questi cerchi, perfetti e imperfetti, di diverse dimensioni e altezze, compongono una superficie affascinante e complessa. Per mezzo di essi è possibile scrutare il pensiero.
Più cresce la curiosità – e con essa l’instabile desiderio di sovrapporre una sedia all’altra – più diventa possibile osservare la stanza da ogni angolazione: dall’alto, dal basso, dal centro, da sinistra verso destra o viceversa. Oppure, si può decidere di mosaicizzare la visione in tanti piccoli punti o scegliere di guardare attraverso un unico, grande foro: un cerchio, un passaggio che unisce me e voi.

LE FRASI CHE NON FINISCONO MAI

Le frasi che non finiscono mai è un richiamo all’attenzione della vita, un profondo silenzio con cui dobbiamo confrontarci. È il carro di fuoco davanti al quale tutti ci troviamo, dove il pensiero si fa forma e la vita consistenza.
Il pubblico è la responsabilità con cui lavoro, l’esame a cui devo presentarmi puntuale e preparato. È l’incontro che ho sempre desiderato, nelle notti insonni e nella solitudine della vita terrena.
Grazie ai vostri silenzi e alla vostra presenza, vi racconterò la stanza Le frasi che non finiscono mai, custodita e restituita per un tempo limitato, dopo tre mesi di residenza, all’interno di Casa degli Artisti, Milano.
CALCESTRUZZO (2020-ONGOING)

Calcestruzzo è un progetto a lungo termine che ho avviato nel 2020 all’interno di uno studio temporaneo, situato proprio nell’edificio in cui sono nato. Questo spazio, carico di memoria, ha creato un intreccio tra passato, presente e futuro, diventando la base di un progetto che immagino come un tavolo aperto e democratico, dove elementi diversi coesistono, entrano in conflitto e trovano nuovi equilibri in base al loro valore storico e culturale.
Al centro di Calcestruzzo c’è la ricerca: per me non è solo un metodo disciplinato, ma un vero strumento di conoscenza. La vedo come un processo che unisce divulgazione e riflessione sul mio vissuto. L’idea di fondo è che le immagini del passato si connettano a quelle del presente e anticipino il futuro, creando una narrazione stratificata e in continua evoluzione.

Uno degli aspetti fondamentali del progetto è il mio approccio tassonomico. Mi interessano il collezionismo e l’uso dell’archivio come strumenti di ricerca artistica. Accumulo in modo ostinato e ossessivo materiali eterogenei, trovati o acquistati su eBay, partendo sempre da una parola chiave: calcestruzzo. Questo metodo mi ha permesso di esplorare e ricostruire una storia fatta di “materiali parlanti”, che attraversano i boom Economici e Edilizi italiani dagli anni Cinquanta fino al 2050, anno in cui l’Unione Europea si è posta l’obiettivo di minimizzare l’impermeabilizzazione del suolo.
La mia esperienza in Casa degli Artisti è un’estensione di quello studio temporaneo del 2020: qui la ricerca condotta negli ultimi quattro anni si traduce in nuovi linguaggi e applicazioni. Assumo il ruolo di archivista e conservatore, utilizzando il metodo e i materiali propri della disciplina come dispositivo artistico.

L’assemblage diventa il mio strumento di formalizzazione: documento e feticci si organizzano in un sistema visivo complesso. Spazio tra riferimenti molto diversi, dagli affreschi del Beato Angelico nel Museo di San Marco a Firenze alle cartoline viaggiate che ritraggono le periferie del Novecento. In questo gioco di giustapposizioni, ogni elemento trova nuove connessioni culturali.
Le mie opere prendono forma come assemblaggi compiuti, dove ogni tassello si fonde in una struttura unica. Ma ho previsto anche la possibilità che i futuri detentori possano disarticolarle, restituendo ai singoli elementi la loro autonomia e il valore storico-culturale originario.

MODULATORE DEL PIENO E DEL VUOTO I (2025)

Modulatore del pieno e del vuoto I è il mio armadio-scultura, un dispositivo che ho concepito per contenere e spostare il mio archivio. Mi sono ispirato alla Boîte-en-valise (1936-1941) di Marcel Duchamp, in cui l’artista raccoglieva le proprie opere dentro una scatola portatile, una sorta di museo in miniatura.
Da questa idea ho sviluppato una riflessione sulla precarietà abitativa e sulla difficoltà di avere uno spazio stabile per la mia casa-studio. Tutto è nato osservando una semplice scatola di plastica di uso quotidiano. Da lì ho creato un sistema modulare di scatole in plexiglass impilabili e adattabili, che posso modificare in base all’altezza e allo spazio disponibile.
Questo sistema mi permette di organizzare il mio archivio in modo funzionale e consapevole, pensato per un uso professionale. Quando l’armadio-scultura viene esposto, diventa esso stesso un display: il pubblico non può accedere direttamente al contenuto, ma può osservare la stratificazione e la complessità del mio modo di organizzare lo spazio.
CI INTERROMPIAMO IN QUALUNQUE MOMENTO (2025)

Ci interrompiamo in qualunque momento (2025) nasce da un episodio di cronaca nera italiana del XXI secolo: l’incidente aereo del 18 aprile 2002, quando un piccolo velivolo si schiantò contro il Grattacielo Pirelli di Milano, causando tre vittime e settanta feriti.
Nel mio film ho lavorato su una stratificazione di materiali d’archivio, sia amatoriali sia professionali, tra cui estratti dei principali TG nazionali. Il montaggio è frammentario e dissonante: non ho voluto semplicemente ricostruire l’evento, ma disgregarlo, amplificarne le risonanze e restituirlo a una dimensione oscillatoria, dove memoria e percezione collettiva si sovrappongono.
Tre riprese fisse scandiscono l’opera, un omaggio diretto a Empire (1965) di Andy Warhol e al suo monumentale piano-sequenza. A questo accumulo di immagini in movimento ho contrapposto una costruzione sonora disorientante, in cui parole e suoni si intrecciano in un flusso continuo. Ho enfatizzato e dissociato le voci dai suoni e dalle immagini, spezzando il legame originario tra audio e ripresa.

Il film si inserisce nella mia ricerca più ampia sul calcestruzzo, il materiale da costruzione per eccellenza. Questo progetto, che porta lo stesso nome, affonda le radici nel primo boom economico (1958-1963), di cui il Grattacielo Pirelli, simbolo del razionalismo italiano, è testimone e eredità. Con i suoi 127 metri di altezza, è una delle più imponenti strutture in calcestruzzo armato al mondo, progettata da Gio Ponti insieme agli ingegneri Pier Luigi Nervi e Giuseppe Valtolina.