La colpa secondo Santiago Sierra

World’s largest graffiti (2012) - © Santiago Sierra
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L’evidenza della colpa potrebbe riassumere con esaustività tutto il lavoro di Santiago Sierra.  E Mea culpa è stato in effetti il titolo con il quale l’artista fu presentato in una personale antologica al PAC di Milano, nel 2017, curata da Diego Sileo e Lutz Henke. La colpa, di cui Sierra si fa portavoce, si riferisce chiaramente all’appartenenza di una folta schiera di individui ai margini del mondo, coloro che provengono dalle innumerevoli realtà di diseredati il cui torto è proprio quello di essere nati in queste realtà. Ma il riferimento è anche alla colpa di chi a quel mondo non appartiene e lo osserva dall’esterno, indignandosi per le condizioni in cui essi sono costretti a vivere. Quest’altra colpa è quella di provare un’emozione che non ha alcuna utilità, tanto meno produce una unità con chi la vive, nessun avanzamento di queste persone nella scala sociale.
Santiago Sierra (Madrid, 1966) è un artista contemporaneo considerato concettuale. Le sue opere sono state esposte nelle principali istituzioni artistiche di tutto il mondo, in molte gallerie e in luoghi aperti. Provocatorie e politicamente connotate, le sue opere affrontano spesso tematiche che si riferiscono alle disuguaglianze sociali e economiche, allo sfruttamento dell’uomo derivante dal lavoro e ai diritti umani. Sierra per le sue opere non esita a utilizzare materiali controversi e per certi versi disturbanti come per esempio sangue, capelli umani ed escrementi. Tuttavia si possono osservare altri materiali del tutto “normali” come l’asfalto o il cemento considerati da Sierra alla stessa stregua dei precedenti: entrambi appartengono alla vita “reale”, ogni individuo può vederli tutti i giorni. «Il mio lavoro non pretende originalità – dice infatti l’artista – perché non ci credo, né credo nella creatività, che mi sembra una categoria monoteistica, una citazione del Creatore. In realtà tutti costruiamo il nostro lavoro su quello dei nostri predecessori ricontestualizzandolo e appropriandoci di esso per formulare qualcosa di diverso».
Il percorso artistico di Santiago Sierra parte dall’Europa passando da Amburgo per approdare in Messico dove incontra una realtà molto affine ai principi sui quali basa la sua ricerca sempre più concentrata sulla condizione dell’uomo sfruttato e che l’artista affronta con l’intento di creare le condizioni per l’emersione di un pensiero critico atto a contrastare quelle forme di violenza imposte dalle condizioni socio-politiche della contemporaneità di cui è testimone.
In Messico avviene il totale rinnovamento dell’arte di Sierra che dice di aver assistito alla nascita di una nuova concezione del suo lavoro artistico, in cui diventa chiaro che non può esistere forma d’arte che non faccia appello alla responsabilità di agire affinché le condizioni dei diseredati vengano alla luce. Al di fuori della “colpa”.
Queste premesse fanno sì che il lavoro dell’artista madrileno spinga verso una sensibilizzazione del pubblico oltre il sentimento emotivo fine a se stesso, conducendo la sua personale campagna volta ad attrarre l’attenzione su quelle verità che vivono negli interstizi delle nostre vite, quelle fessure che molto spesso vogliamo ignorare. Per farlo frequenta i luoghi e gli uomini ai margini: il mondo della colpa di esistere. Si scontra con il perbenismo della società i cui alfieri sono i bravi cittadini e le istituzioni cosiddette democratiche, lungo un percorso di denuncia in cui spesso utilizza gli stessi mezzi di persuasione (facili, come il denaro) degli oppressori che vuole mettere alla gogna, per sottolineare con più forza quanto ognuno sia inevitabilmente coinvolto.

Campagna Teeth of the last gypsie of Ponticelli, Napoli (2009) – © Santiago Sierra

In un lavoro come Teeth of the last gypsie of Ponticelli (2009), per esempio, l’autore ci sbatte in faccia fotografie di denti digrignati. Le immagini di questa serie furono affisse a Napoli negli spazi dei cartelloni pubblicitari stradali, un’altra particolarità di questo artista è quella di utilizzare spesso luoghi non convenzionali per mostrarle al pubblico. Qui quello che potremmo definire un ghigno, sembra voler testimoniare la paura del diverso (nel caso specifico gli ultimi zingari di Ponticelli) e al contempo la rabbia dell’uomo considerato causa di tale paura. «Usare i denti mi sembra un ottimo metodo per ritrarre le masse con le spalle al muro», ha dichiarato l’artista.
Spesso, nelle sue opere, Sierra ricorre al rapporto diretto con il territorio sul quale lavora interagendo sia con le popolazioni sia con le autorità, non sempre riuscendo a ottenere ciò che si prefigge. È il caso dell’opera Sumisión (2006-2007), parola ricavata scavando il territorio desertico di Anapra, subito oltre il confine che separa il Messico – Paese in cui Sierra ha vissuto per oltre dieci anni – dagli Stati Uniti. Le lettere alte 15 metri, il cui interno è rivestito di cemento, furono concepite come contenitori di combustibile che, una volta incendiato, avrebbe dato vita alla scritta Sottomissione. Il governo locale però ne bloccò il completamento ricorrendo all’uso della forza pubblica. La zona è tristemente nota per essere uno dei punti in cui corre il muro di separazione tra Stati Uniti e Messico, tanto caro a Trump che forse tornerà a regnare sul suolo americano, e per le condizioni di vita di una comunità che all’epoca non possedeva una rete fognaria e bruciava a cielo aperto la propria immondizia.
«Il catalizzatore è l’ambiente. – dice ancora Sierra – L’opera emerge dall’ambiente in cui è realizzata e/o in cui è esposta. D’altra parte, l’opera d’arte si produce nella testa dello spettatore, quindi è con il materiale che il pubblico porta da casa che noi giochiamo e che manipoliamo. […] Esporre un veterano di guerra negli Stati Uniti non è come esporlo in Germania. Il pubblico finisce per dare un senso a un’opera d’arte con ciò che porta nella sua testa. L’ambiente e la connessione con gli attori di quell’ambiente diventano quel corridoio che ci porta ad affrontare i temi spiacevoli che definiscono la nostra società».

Sumisión (2006-2007) – © Santiago Sierra, deserto di Anapra

La colpa possiede un’unità di misura? Si può dare una forma a questo sentimento? Santiago Sierra nei suoi lavori utilizza spesso le geometrie, un modo chiaro e preciso di mostrare ciò di cui sta parlando rendendolo al tempo stesso evidente grazie al concetto di quantità. È il caso di opere come Form of 600x57x52 cm built to sustained perpendicularly to a wall (2016) dove viene rievocato il sacrificio cristiano della croce attraverso un braccio della stessa sorretto da due uomini, che fuoriesce da un muro: essi reggono la colpa del mondo come fu per il Cristo. E ancora in Jerusalem stones in a metre cube box (2004) dove l’elemento caratterizzante dell’opera è quello per cui l’autore, con una semplice telefonata, chiede e ottiene di acquistare un certo numero di pietre di una “città santa”.

Form of 600x57x52 cm built to sustained perpendicularly to a wall (2016) – © Santiago Sierra. Immagine esposta nel corso della personale antologica Mea culpa , PAC, Milano 2017
Jerusalem stones in a metre cube box (2004). © Santiago Sierra. Opera esposta nel corso della personale antologica Mea culpa, PAC, Milano 2017

Tutto questo rimanda a uno degli elementi principali che caratterizza l’opera di Sierra, quello che permette lo scambio delle merci – di qualunque natura esse siano –, sul quale l’artista pone spesso l’accento: il denaro. Attraverso il suo lavoro Santiago Sierra ci dimostra che in questo mondo ormai esclusivamente capitalista qualunque cosa può essere acquistata, non soltanto e non necessariamente in cambio di una prestazione lavorativa. Per rendere ancor più manifesto tale concetto Sierra ha frequentemente utilizzato del denaro per indurre molti degli individui che ha ritratto a esibirsi in performance, pagando loro un compenso che in qualche occasione è stato l’equivalente di una dose di droga, come per le donne tossicodipendenti in Line of 160 cm tattooed on a 4 people (2000) o di una giornata di lavoro a salario minimo come per i dieci uomini della comunità senegalese di Livorno in Burial of ten workers (2010).

Line of 160 cm tattooed on a 4 people (2000) – © Santiago Sierra

Nella prima performance l’autore identifica chiaramente il limite marginale dell’esistenza di queste donne a confronto con il luccicante mondo dei luoghi deputati ad accogliere l’arte contemporanea (la performance originaria fu realizzata in una galleria di Salamanca); nella seconda l’intento è quello di rendere visibile il peso che grava sulle spalle di questi anonimi lavoratori, destinati a morire, le loro fosse sono già pronte, e dei quali non vediamo il viso perché ripresi di spalle, come a sottolinearne l’inesistenza. Santiago Sierra riesce così a mettere in risalto il potere del denaro che rende ogni cosa merce acquistabile senza alcun problema né spirituale né tantomeno etico.

Burial of ten workers (2010) – © Santiago Sierra

Infine, la dimensione delle opere di Sierra è necessariamente basata sulla vastità poiché, nonostante la loro visibile invisibilità, vasto e sconfinato è il numero di coloro cui l’artista fa riferimento con il suo lavoro. Una per tutte: l’opera World’s largest graffiti (2012), un S.O.S. di 5.000×1.700 mt tracciato sulla sabbia del deserto marocchino, attraverso cui l’autore riflette sul diritto di vivere sulla propria terra di tutti coloro che sono costretti all’esilio.